All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore, e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.
È l’incipit, nonché l’epilogo, di una delle ballate più famose della storia della musica italiana, composta e cantata da Fabrizio De André.
Un pescatore si stava godendo la serenità del tramonto, quando all’improvviso un uomo ruppe quella tranquillità: aveva fretta, aveva paura, portava il peso di un grande errore, quello di aver ucciso qualcuno. L’uomo fermò per qualche istante la sua fuga e, senza nascondere la sua colpa, chiese aiuto al pescatore: ha poco tempo e troppa fame.
La confessione cancella ogni ambiguità: la trasparenza dell’assassino lascia al pescatore la possibilità di scegliere se offrire o meno il suo aiuto, senza pretese. Forse quell’uomo voleva mettere alla prova la generosità del pescatore, forse non si sentiva degno di ricevere quanto richiesto, o forse aveva solo bisogno che qualcuno gli dimostrasse che poteva essere visto come qualcosa di più della sua colpa, che il perdono, la redenzione, erano alternative ancora possibili.
Il pescatore non si guardò neppure intorno: senza esitazione gli offrì pane e vino e, mentendo ai gendarmi, lo aiutò a scappare.
De André non offre risposte definitive, ma si limita a raccontare il gesto del pescatore senza esprimere giudizi. Ed è proprio in questa neutralità che si nasconde una provocazione filosofica: l’ascoltatore è chiamato a riflettere su un profondo interrogativo morale.
Ecco, dunque, il grande dilemma: il gesto del pescatore può essere considerato giusto?
La moralità non è la dottrina su come ci rendiamo felici. È la dottrina su come ci rendiamo degni di essere felici. Con questa affermazione, Kant sottolinea l’importanza di seguire dei principi morali che devono essere universali e immutabili, anche quando comportano dei sacrifici personali. Dire la verità, secondo il suo imperativo categorico, è un principio fondamentale inviolabile, e rimarrebbe tale anche nell’eventualità in cui un assassino ci intimasse di svelare il nascondiglio di un nostro amico che ci ha chiesto aiuto, nascondendosi in casa nostra. Se tutti mentissero per proteggere qualcuno, la fiducia sociale crollerebbe. Pertanto, nonostante nella visione kantiana aiutare un assassino potrebbe essere interpretato come una forma di rispetto nei confronti della dignità umana, mentire si pone in contraddizione con l’etica del dovere, con il fatto che ogni azione deve essere universalizzabile. Il pescatore, quindi, non può essere giustificato.
L’uomo è condannato ad essere libero; perché una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa. Diametralmente opposto a quello Kantiano, il pensiero di Sartre celebra la libertà individuale e delle scelte personali. Non esistono principi morali validi in ogni situazione, l’uomo deve avere la capacità di scegliere ciò che ritiene giusto, in base al contesto in cui si trova. La libertà è la condizione fondamentale dell’esistenza umana, che il pescatore mette in pratica scegliendo di non conformarsi alle norme morali imposte dalla società; segue i propri valori, dimostrando compassione e solidarietà. Per Sartre l’importanza dell’autenticità supera quella dei principi universali: il pescatore mente ai gendarmi per tutelare l’umanità dell’assassino, non per interesse personale. La menzogna, con tutto il peso che in questo caso essa comporta, diventa quindi una scelta etica.
La contrapposizione tra Kant e Sartre sottolinea il conflitto tra l’etica universale e l’etica situazionale. Kant condanna il pescatore perché viola uno dei principi fondamentali; Sartre lo difende perché sebbene non rispetti le regole morali tradizionali, dà valore alla compassione.
Forse il pescatore non ha seguito le leggi della società, ma ha scelto di seguire quelle dell’umanità. È in quel solco lungo il viso, che ricorda un sorriso, che si nasconde il vero significato della libertà.
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