Appunti di Viaggio


Filosofia

Tratta da La vieillesse, opera nella quale Simone de Beauvoir denuncia l’emarginazione sociale degli anziani, questa citazione ci invita a fermarci, a interrogarci, oggi più che mai, sul significato che attribuiamo alla vita. Che valore ha la nostra esistenza, se non siamo capaci di riconoscere quella degli altri?

Con quella volontà di non voltarsi dall’altra parte, anche se sarebbe più comodo. Con quella idea, forse ingenua, che la vita conti davvero solo se sa dare valore anche a quella degli altri.

3 ottobre 2025


Filosofia

È con questo famoso aforisma, attribuito a Seneca, che ci addentriamo in una delle settimane più temute dagli studenti: quella degli esami di stato. 

Spesso percepiti come un ostacolo insormontabile, gli esami rappresentano, in realtà, il passaggio verso la vita adulta. Non solo una prova di conoscenza e competenza, ma di resilienza, di capacità nell’affrontare le difficoltà, segnando così la conclusione di un percorso, più o meno lungo, fatto di verifiche e interrogazioni. 

Certo, gli esami sottopongono gli studenti a una forte pressione psicologica, causando talvolta eccessivo stress e blocchi emotivi. Inoltre, tendono a valutare solo alcuni aspetti dell’apprendimento, legati per lo più alla memorizzazione dei contenuti. 

Ma se la vera saggezza, come afferma Socrate, sta nell’interrogarsi e nel mettere costantemente in discussione le proprie convinzioni, come si può pretendere di valutare uno studente attraverso prove formali? 

La scuola dovrebbe valorizzare la creatività e le competenze individuali, anche quelle non misurabili attraverso prove standard, quali il pensiero critico, la capacità di lavorare in gruppo, il problem-solving. Senza contare, poi, i fattori legati all’aspetto emotivo, alla fortuna nella scelta delle domande, alle condizioni personali in quello specifico momento, elementi che potrebbero rendere l’esame poco rappresentativo rispetto alle reali capacità dell’alunno. 

Ma la certezza che le competenze di ogni individuo non possono essere misurate attraverso prove esterne, dovrebbe forse togliere agli studenti l’opportunità di mettere alla prova la forza d’animo e il loro sapere? 

Gli esami, sebbene difficili e stressanti, rappresentano l’occasione per confrontarsi con i propri limiti e superarli. Rafforzano l’autostima di ogni studente, permettendo ad ognuno di loro di avere maggiore consapevolezza delle proprie capacità. Affrontare una prova così importante, così complessa, aiuta a gestire lo stress, a organizzare il proprio tempo in modo efficace, competenze fondamentali in ambito universitario e lavorativo. 

Gli esami non sono soltanto un ostacolo da superare. Non si tratta solamente di verificare l’apprendimento di determinate nozioni, ma di costruire il proprio carattere, di conoscere la disciplina, di avere fiducia in sé stessi. 

Coraggio, classe 2006! Affrontate, con serenità e determinazione, questa tappa fondamentale del vostro percorso di crescita. Come ci ricorda Seneca, spesso si tende a considerare le difficoltà molto più grandi di quanto siano in realtà. 

Ogni sfida vinta vi renderà più forti, più consapevoli, più pronti a ciò che vi riserverà il futuro!

14 giugno 2025


Filosofia

Pubblicato pochi mesi dopo la scomparsa dell’autore, con questo incipit Giorgio Gaber sottolinea l’importanza di lasciare che i bambini scoprano autonomamente la magia della vita, senza imporre ideali morali e sociali preconfezionati. I piccoli hanno il diritto di sviluppare un proprio pensiero critico, di vivere l’esperienza della scoperta. 

Espresso in questi termini, il concetto del cantautore parrebbe facilmente condivisibile: i bambini non sono la continuazione dei loro genitori, né una loro proprietà. Tuttavia, sebbene sembri scontato affermare che sono esseri pensanti ai quali va lasciato il diritto di avere una propria opinione, da questa riflessione nasce un grande interrogativo: è possibile educare senza trasmettere una morale?

È difficile, se non impossibile, educare senza trasmettere, anche solo in parte, una visione del mondo. Il semplice fatto di scegliere di non imporre la propria morale non è, di per sé, una scelta morale?

Forse, il vero dilemma non è insegnarla o non insegnarla, ma scegliere se imporla rigidamente o trasmetterla attraverso il dialogo. Una morale imposta rischia di diventare un dogma; il dialogo, invece, lascia spazio alla riflessione, al dubbio, divenendo una preziosa bussola. 

Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare, sosteneva Socrate, fermamente convinto che la morale dovesse nascere dal confronto e dalla ricerca interiore. La morale, infatti, non è fissa: varia nel tempo e nello spazio. Insegnare dei valori precisi potrebbe limitare le capacità di adattamento, poiché la loro applicazione varia necessariamente a seconda del contesto. Sta alla persona trovare il giusto mezzo aristotelico, per vivere secondo virtù. 

È sicuramente vero che esistono dei principi di base, quali il rispetto, la libertà, la giustizia, che sono fondamentali per vivere in armonia nella società. Il valore attribuito ad ognuno di essi, e qui ci si discosta a gran voce da Platone e Kant, non è mai universale: dipende sempre dalla cultura, dalla storia, dalla situazione specifica. Il rispetto viene espresso in modo molto diverso in base alla cultura di appartenenza; la libertà viene associata talvolta all’autonomia personale, talvolta al bene comune; la giustizia, intesa come desiderio di equità, in alcune società è legata alla meritocrazia, in altre all’uguaglianza assoluta, in altre ancora all’armonia e non a regole prestabilite. 

Neanche la verità può essere considerata una risposta universale, è sempre necessario riflettere sulle sfumature dell’onestà e della responsabilità. Un genitore è portato ad insegnare al proprio figlio che «non si deve mai mentire», ma se un amico ci chiedesse di nascondere un segreto che potrebbe metterlo in pericolo, sarebbe poi così sbagliato mentire per proteggerlo? 

L’educazione non è mai neutra. Ogni scelta formativa, diretta o indiretta, che lo si voglia o meno, influenza le prospettive di chi ci ascolta, di chi ci osserva. Ai bambini non serve una morale imposta, soprattutto se stanca e malata come la nostra: diamogli uno spazio libero per costruire la propria. 

4 maggio 2025


Saggistica, Storia.

Canto popolare di origini sconosciute, Bella ciao è uno dei brani più noti, tradotti e cantati a livello internazionale, nel quale vengono celebrati i valori universali di libertà e di opposizione a qualunque dittatura, senza chiari e certi riferimenti politici o religiosi. Spesso si attribuisce al termine partigiano un orientamento politico di sinistra, quando in realtà indica semplicemente la scelta di schierarsi e combattere per una causa, a prescindere all’ideologia di appartenenza.  Le parole contenute nel testo, dunque, consentono di unificare varie correnti di pensiero che, seppur diverse negli ideali, sono accomunate dalla lotta nei confronti dell’invasor, divenuto poi oppressor nella recente versione di Guccini, che rende omaggio alla lotta delle donne iraniane contro la teocrazia.

Nonostante non fosse particolarmente diffusa nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, Bella ciao viene considerata un simbolo della Resistenza italiana, movimento che vide riunirsi, all’interno del CLN, persone appartenenti a molteplici e opposti orientamenti politici per lottare, insieme, contro il nazifascismo. Tra questi, come non ricordare Sandro Pertini, figura centrale nella lotta contro l’oppressore, che contribuì alla liberazione di Milano. Catturato e sottoposto più volte a duri interrogatori, non tradì mai i suoi compagni. Partecipò alla stesura dell’attuale Costituzione italiana e divenne il settimo Presidente della Repubblica, nel 1978.  La libertà è come l’aria, diceva Pertini, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. Ne fu testimone, uno fra i tanti, Primo Levi, che oltre ad essere partigiano dovette fare i conti con il suo essere ebreo, con il suo essere uno dei pochi sopravvissuti ai campi di concentramento. 

Furono molte le persone che persero la vita durante il nazifascismo. Furono molte quelle che dedicarono la loro esistenza per liberare la patria dalla dittatura. È grazie a loro se, ancora oggi, L’Italia può definirsi una democrazia. Ed è per questo che è fondamentale ricordare e celebrare, il 25 aprile, la Festa della Liberazione.

Il partigiano, nella celebre canzone, chiede di essere seppellito sotto l’ombra di un bel fior. Spesso associato al papavero, che cresce spontaneamente in aprile anche negli ambienti più ostili, il fiore del partigiano rappresenta sicuramente il sangue versato da chi ha combattuto per noi, ma è anche simbolo di memoria e di speranza. 

Un particolare grazie, in questo giorno di celebrazione, va a tutte le donne partigiane che hanno avuto un ruolo fondamentale, spesso sottovalutato, nella lotta per la libertà.  Non furono solo combattenti, staffette, organizzatrici, sostenitrici, ma aprirono anche la strada all’emancipazione femminile. Non lottarono soltanto contro il nazifascismo, ma anche contro i pregiudizi e la discriminazione di genere.

Celebrare la Festa della Liberazione non è solo un tributo al passato: la libertà non va data per scontata, va difesa ogni giorno.

25 aprile 2025


Letteratura, Filosofia, Etica

Inferno. XXVI canto. Dante procede nel suo cammino spirituale, voluto dalla volontà divina. 

Affiancato dalla sua sapiente guida, ha già varcato la porta della città dolente, ha attraversato il fiume Acheronte, ha passeggiato nel limbo con i grandi poeti e filosofi dell’antichità, ha incontrato Minosse che con la sua avvolgente coda decretava la condanna per ciascun peccatore, si è commosso ascoltando la triste storia di Francesca. Ora, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, si appresta ad incontrare un altro grande personaggio: Ulisse. 

L’eroe, se così può essere definito, racconta a Dante e Virgilio, oltre alle sue avventure, il tragico episodio della sua morte. Assetato di conoscenza, aveva deciso di spingersi oltre le colonne d’Ercole, oggi stretto di Gibilterra. Ed è qui che, per convincere i suoi compagni a solcare quelle proibite e inesplorate acque, Ulisse pronuncia la celebre frase sopracitata. La vita, dice ai suoi, non può basarsi solo su pulsioni e necessità materiali, deve avere uno scopo: quello della conoscenza. 

Ulisse, dunque, secondo il racconto dantesco, trascina con sé i suoi uomini e li condanna alla sua stessa rovina. Una violenta tempesta, scatenata da Dio, pone fine alla loro audace e presuntuosa impresa, causando la morte di tutti i presenti.

Non risulta difficile immaginare il ruolo che Dante riserva ad Ulisse nella Commedia: altro non è che un peccatore. Se da un lato ammira e condivide il desiderio di conoscenza, dall’altro non apprezza la sua eccessiva curiosità, la sua discutibile superbia. Avrebbe dovuto affidarsi alla fede. Accettare i limiti umani. Solo così avrebbe raggiunto la vera conoscenza. Ulisse rappresenta un esempio negativo. Dante, infatti, trasforma la sua fine in una tragedia attribuita alla volontà divina, condannandolo alle fiamme eterne dell’inferno, in netto contrasto con Omero: nell’XI canto dell’Odissea, l’indovino cieco Tiresia predisse per l’eroe una morte serena, lontana dal mare, in tarda età. 

Verrebbe da chiedersi se la curiosità possa davvero essere così nociva. 

Non era forse Socrate, che Dante stesso posiziona nel limbo, insieme ai grandi pensatori del mondo antico, ad affermare che esiste solo un bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza? Nel gesto di Ulisse, Socrate avrebbe ritrovato ciò che egli stesso invitava a perseguire: la ricerca incessante della verità. È fondamentale l’autonomia intellettuale, è indispensabile mettere in discussione le norme della società e i dogmi della religione.

Tuttavia, forse Socrate non si sarebbe fermato qui. Probabilmente avrebbe preferito scavare più a fondo. Probabilmente avrebbe proseguito la sua analisi, ponendo ad Ulisse un importante quesito: quale sarebbe lo scopo reale di questa sua ricerca di conoscenza: bene comune o puro desiderio di ambizione?

Ulisse, a pensarci bene, sceglie da solo. Sceglie per tutti. Contravvenendo alla necessità di confronto tanto celebrata nella visione socratica, opta invece per una decisione non condivisa e, dunque, non etica.

Dante condanna Ulisse, Omero lo celebra, Socrate gli avrebbe concesso il beneficio del dubbio. Forse alcuni limiti esistono non per opprimerci, ma per proteggerci. Possiamo viverli come fossero una prigione, oppure possiamo trovare il giusto equilibrio tra libertà e responsabilità. 

19 aprile 2025


Letteratura, Filosofia

Celeberrimo verso dantesco, tanto sintetico quanto profondo, è ormai entrato a far parte del nostro linguaggio quotidiano. 

Virgilio, guida sapiente e razionale del viaggio spirituale più famoso di tutti i tempi, esorta Dante a non indugiare, a non soffermarsi sugli ignavi. La loro colpa è quella di non aver mai avuto il coraggio di prendere una decisione e, per tal motivo, sono condannati ad un’eterna e vana corsa dietro ad un’insegna vuota. 

Il messaggio è forte e chiaro: non bisogna lasciarsi distrarre da chi non ha saputo scegliere nella propria vita, né lasciarsi condizionare. È fondamentale seguire i propri obiettivi a prescindere dall’opinione altrui, prendendosi l’onere delle proprie decisioni, anche davanti a dilemmi esistenziali. 

L’uomo prima di tutto esiste, si trova, sorge nel mondo, e definisce poi sé stesso. Se Dante condanna chi vive nell’indecisione, Sartre ne offre una visione del tutto diversa, spostando lo sguardo sulla responsabilità individuale: non scegliere è comunque una scelta, quella di evitare i propri doveri. 

L’uomo non ha una natura predefinita, ma costruisce sé stesso attraverso le azioni. A differenza degli oggetti, infatti, non ha un’essenza fissa, è in continuo divenire perché libero di decidere e, perché no, libero di sbagliare.

Siamo condannati ad essere liberi. Non esistono alibi. Non possiamo attribuire a fattori esterni, ad altre persone, alle circostanze, le conseguenze delle nostre azioni. La libertà ci obbliga a scegliere. Sempre. 

Essa, però, non va vissuta come qualcosa di positivo o negativo, bensì come un dato di fatto: se da un lato può generare ansia perché ci impone di vivere con consapevolezza, dall’altro ci offre una straordinaria opportunità, perché ci permette di dare senso alla nostra esistenza, di definire la nostra identità senza vincoli. 

Dante ci dice di non perdere tempo con chi non ha scelto. Sartre ci impone di riconoscere che anche evitare una decisione è una scelta. E noi? 

La libertà ci appartiene: abbracciamola, scegliamo, viviamo!

12 aprile 2025


Letteratura, Filosofia

Le metafore, spesso, ci aiutano a cogliere verità profonde sulla condizione umana. L’immagine della nave che riposa nel porto suggerisce sicurezza e stabilità, ma ci invita anche a riflettere sul vero scopo per cui è stata costruita.

Le navi sono progettate per affrontare il mare aperto, con tutti i rischi e pericoli che esso nasconde, non per restare al riparo. Allo stesso modo, l’uomo è chiamato a esplorare, a crescere, ad affrontare l’ignoto, abbandonando la propria comfort zone. 

Sebbene la sicurezza sia rassicurante, non potrebbe forse rappresentare una forma di stagnazione? La vera realizzazione si concretizza quando si decide di abbracciare il cambiamento e di mettersi alla prova affrontando il rischio e l’azione, essenziali per esprimere il proprio potenziale. 

D’altronde, diceva Nietzsche, Ciò che non mi distrugge mi rende più forte; diventa quindi fondamentale per l’uomo avere il coraggio di affrontare le tempeste della vita, vivendo pienamente. 

La sfida verso l’ignoto, però, non deve essere priva di consapevolezza. L’uomo deve avere una profonda conoscenza della propria natura e del contesto in cui si trova. Gli ostacoli fortificano l’individuo, che deve sicuramente accogliere le difficoltà, ma sempre con l’intenzione di trasformarle in momenti di riflessione e strumenti di crescita, non in atti inutili o autolesionisti. 

Ne è un esempio Zarathustra che, dopo aver lasciato il suo porto sicuro per convincere l’uomo a vivere con pienezza e coraggio elaborando i propri valori, si rende conto che il suo messaggio non è per tutti. Zarathustra fa ritorno alle sue montagne non per arrendersi, ma per rigenerarsi e trovare nuove prospettive. Il suo è un gesto di saggezza più che di sconfitta: il ritiro strategico è parte del processo di crescita.

È fondamentale non condannarsi al rischio, valutando ogni situazione con ponderatezza. Lasciare il porto ha senso quando il rischio vale il potenziale guadagno, sia esso tangibile o simbolico. 

L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto, diceva il nostro Santiago ne Il vecchio e il mare. Con la sua storia, il vecchio pescatore ci insegna che il valore di un’impresa non si misura solo nel suo successo finale, ma anche nella dignità con cui si affrontano le sfide. Anche lui, dopo aver lottato invano per portare a riva il suo marlin gigante, come Zarathustra, sarà costretto a rientrare dando valore alla prudenza, perché è necessario scegliere il momento giusto per combattere. La lotta contro il mare e contro sé stesso rappresenta una forma di vittoria interiore che va oltre il raggiungimento dello scopo materiale. 

La vita, in fondo, non è un viaggio lineare, ma l’alternarsi di esplorazioni e momenti di pausa. Tornare al porto simboleggia qualcosa di altrettanto importante: il bisogno di riflettere, di rigenerarsi, di valutare le proprie esperienze prima di intraprendere nuove sfide. 

Siate esploratori, ma non senza radici. Ulisse affronta mille avventure lasciando Itaca, il suo porto sicuro, ma non dimentica mai il luogo da cui è partito. Il suo viaggio non è fine a sé stesso: l’esplorazione ha senso proprio perché c’è Itaca, proprio perché c’è un ritorno che dà significato al percorso. 

Il rischio e la crescita sono essenziali, ma la sicurezza e il punto di riferimento rimangono fondamentali. 

ZarathustraSantiagoUlisse… nessuno di loro rinuncia all’esplorazione, ma tutti comprendono il valore profondo del porto, con la consapevolezza che ogni ritorno non è mai uguale alla partenza: ciò che un tempo rappresentava sicurezza, adesso potrebbe risultare limitante. 

Ogni viaggio lascia un segno, ogni esplorazione ridefinisce i nostri confini. Il vero porto sicuro non è un luogo fisso, ma ciò che troviamo dentro di noi, come risultato delle tempeste affrontate.

5 aprile 2025


Filosofia


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