Autore: RotteDiPensiero

  • L’uomo e il bivio: destino o scelta?

    Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. 

    È così che Dante dà il via alla sua Commedia.

    A un certo punto della sua vita, accade l’inaspettato. Si ritrova di fronte a un bivio. Deve scegliere: indietreggiare, rassegnandosi a rimanere nel peccato, oppure avanzare verso ciò che si rivelerà essere la più grande avventura della storia dell’uomo. 

    In quel momento, Dante non è solo. Noi siamo con lui. 

    Tutti, presto o tardi, ci ritroveremo davanti alla stessa incertezza: restare, aspettando che il fato faccia il suo corso. Oppure avanzare, verso ciò che non conosciamo. 

    Ammettiamolo, è capitato a tutti, almeno una volta, di lasciare l’arduo compito della scelta a qualcosa che pensiamo possa saperne più di noi: il lancio della moneta. D’altronde, il destino è ineluttabile, guidato da una razionalità superiore che ci porterà nella direzione prestabilita, a prescindere dalle azioni che compiremo. Non ci resta quindi che accettare serenamente il responso ottenuto: in fondo, poco importa se il risultato sia testa o croce. Se fossimo davvero destinati ad averlo, otterremmo comunque ciò che vorremmo.

    Una visione fatalista, come quella di Virgilio per il suo Enea. Come quella di Seneca nel suo De Providentia. Non si può cambiare l’inevitabile, ma lo si può accogliere. 

    Verrebbe da chiedersi se il destino sia davvero solo ed esclusivamente la predeterminazione dell’accadere, o il risultato delle scelte che facciamo ogni giorno. 

    Siamo davvero convinti che l’azione umana abbia un peso irrilevante rispetto al corso degli eventi, o stiamo semplicemente utilizzando il fatalismo come alibi, per sottrarci in modo strategico alla responsabilità del nostro futuro?

    Se il destino fosse davvero immutabile, allora nessuna decisione avrebbe valore. Forse, ciò che ci blocca non è il fato, ma la paura di fallire. 

    Se provassimo ad ottenere ciò che vorremmo e fallissimo, saremmo costretti ad affrontare la delusione. Se invece evitassimo di agire, potremmo sempre rifugiarci nel non era destino, proteggendoci dalla frustrazione dell’insuccesso. 

    Il fatalismo, in questo caso, non è una reale convinzione, ma una maschera per giustificare l’inazione. Chi è davvero fatalista crede di non aver alcun controllo. Chi evita per timore, è consapevole di avere margine d’azione, ma sceglie di non utilizzarlo. 

    Se tutto fosse già scritto, avrebbe senso continuare a desiderare? A sperare? A lottare? La possibilità di cambiare le cose c’è. Tutto sta nell’avere il coraggio di provarci. 

    Lanciamo in aria la moneta, se proprio vogliamo, ma non per evitare la scelta. Durante quegli istanti in cui la vedremo librarsi in volo, ci accorgeremo che in realtà abbiamo già scelto. Stiamo solo sperando che il fato ci dia ragione. 

    Homo faber fortunae suae, diceva Appio Claudio Cieco. Forse non potrà sempre scegliere tutto ciò che gli accade, ma ha la possibilità di cambiare, o quanto meno di tentare di modificare, il proprio cammino. 

    Persino Seneca, nella sua visione fatalista, sosteneva che alcuni eventi sono inevitabili, ma che è compito dell’uomo prepararsi al meglio per poterli affrontare, senza mai rassegnarsi.

    La fortuna, e qui cito il grande stoico, non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. 

  • La donna nella Letteratura del Trecento

    Quando si parla di Letteratura Italiana, a prescindere dal gusto e dalla predisposizione personale, non si può non fare riferimento ai tre grandi pilastri che, a distanza di secoli, continuano a segnare la nostra cultura, le giornate degli studenti e, in un modo o nell’altro, la vita di ognuno di noi.

    Dante. Petrarca. Boccaccio. Tre grandi uomini, tre meravigliosi stili, tre diverse prospettive sull’uomo: prima vincolato a un ordine prestabilito, poi posto al centro dell’universo, infine immerso in una realtà mutevole e dinamica.

    Eppure, in mezzo a cotanta diversità si nasconde qualcosa, o forse qualcuno, che li accomuna. Tutti e tre, infatti, pongono al centro delle loro opere la stessa figura: la donna.

    D’altronde, va da sé: si può pensare a Dante senza ricordare Beatrice? O a Petrarca senza evocare Laura? O, ancora, a Boccaccio senza rifarsi alle donne intraprendenti e astute del Decameron?

    Il soggetto è lo stesso, il significato è diverso a seconda dell’autore a cui si fa riferimento.

    Dante la idealizza come guida spirituale: Beatrice è la donna- angelo, è purezza, è salvezza. L’amore dice addio alla concretezza terrena e diventa mezzo di elevazione spirituale.

    Petrarca ne fa il simbolo del suo tormento interiore: Laura è reale e concreta, ma comunque idealizzata e irraggiungibile. Il poeta è sopraffatto da questo amore peccaminoso, costantemente in conflitto tra desiderio e spiritualità.

    Boccaccio ne esalta ingegno e vitalità: distaccandosi dalla visione idealizzata e spirituale dei suoi predecessori, ne mostra la capacità di autodeterminazione. É decisamente più moderna la sua rappresentazione della donna, così come la concezione dell’amore che diviene finalmente romantico, sensuale, strategico. Tale prospettiva avrà vita breve: l’autore cambierà idea dopo aver conosciuto Petrarca, che in un attimo lo riporterà a una visione più tradizionale della donna.

    Certo, i modi, gli stili, i contesti sono profondamente diversi, ma non si può negare che i sopracitati poeti dedichino ampio spazio alla figura femminile.

    Se da una parte tale consapevolezza può essere valutata positivamente, dall’altra si fa spazio un grande interrogativo: la donna può essere definita autonoma? È il soggetto o l’oggetto della narrazione?

    Beatrice è una presenza fondamentale nella Commedia: funge da tramite divino, intercede per lo stesso Dante, lo illumina con la sua conoscenza. Non dimentichiamoci che il suo compito è quello di sostituire Virgilio. Beatrice, quindi, va sottolineato, è ritenuta degna di poter prendere il posto di un personaggio maschile di grande spessore. Tuttavia, non prende decisioni indipendenti; pur essendo guida attiva nel Paradiso, il suo ruolo rimane funzionale alla crescita di Dante e non alla sua evoluzione personale.

    Laura esiste solo attraverso le parole e lo sguardo del poeta, che la idealizza rendendola irraggiungibile. L’amore nei suoi confronti è un monologo, un conflitto vissuto esclusivamente da Petrarca. Laura rimane silenziosa, totalmente priva di voce e di personalità.

    Le protagoniste delle novelle di Boccaccio acquisiscono maggiore libertà narrativa, ma la loro autonomia è fin troppo spesso legata a giochi di inganni e seduzioni, strumenti necessari per ottenere potere in un contesto che le limita.  

    Ovviamente, è innegabile che esista un percorso evolutivo della figura femminile, una progressiva emancipazione nella Letteratura e nella società. Tuttavia, ciò non basta: la donna rimane ben ancorata agli stereotipi medievali, che ne vincolano l’esistenza allo sguardo maschile. Beatrice, Laura e le donne astute del Decameron devono fare i conti con una triste realtà: mentre i loro innamorati continuano a rappresentare un punto di riferimento come soggetti a sé stanti, loro non possono esistere come figure libere e indipendenti dagli uomini che le hanno narrate.

    Oggi, il ruolo della donna nella Letteratura è finalmente riconosciuto nella sua complessità, ma la reale e completa autonomia è ancora lontana. Sicuramente più indipendente rispetto al passato, la donna rimane però, ancora oggi, vittima di una libertà apparente, che a parole la vede capace di decidere per sé stessa, ma all’atto pratico la rende vittima del pregiudizio della società, della possessività dell’uomo e, talvolta, della poca solidarietà femminile.

    La donna, gli uomini prendano nota, non ha bisogno di essere raccontata, è in grado di essere voce narrante della sua storia.

    Una donna, come diceva la Woolf, deve scrivere di sé stessa, deve vedere sé stessa, deve dipingere sé stessa, deve parlare per sé stessa.

    Solo così può raggiungere la libertà. Solo così può trovare il suo spazio nel mondo, senza vincoli e condizionamenti. Solo così può finalmente definirsi soggetto e non più oggetto legato a qualcuno o a qualcosa che, in verità, non la rappresenta.

  • Diamo tempo al tempo, che il tempo dà tempo a noi

    Cos’è il tempo? Forse un insieme di istanti, forse un’unità di misura, forse soltanto un’illusione. 

    A prescindere dalla definizione, la sua presenza guida la nostra esistenza: ogni momento, ogni evento, ogni singolo giorno continuiamo a inseguire il tempo, talvolta perché ne vorremmo di più, talvolta perché non vediamo l’ora che passi. 

    Il tempo non può essere fermato: tutto scorre, sosteneva Eraclito, tutto è in costante trasformazione, e noi non possiamo fare altro che dare tempo al tempo, poiché esso non si può controllare, soltanto assecondare. 

    Accettare ciò che accade, seguire l’ordine naturale delle cose, non ci permette forse di vivere più sereni senza ulteriore stress? D’altra parte, diceva Sartre, anche non scegliere è comunque una scelta, che ci permetterebbe di aspettare, seduti comodamente sul divano, che il tempo scelga per noi. 

    Tuttavia, tale scelta comporta un rischio: l’attesa passiva potrebbe significare rinuncia. Il tempo, ci insegna Aristotele, indipendentemente dalle nostre percezioni, è un dato oggettivo, un’unità reale e quantificabile che non aspetta nessuno. Se è vero che porta a prescindere dei cambiamenti, è altrettanto vero che spetta all’uomo scegliere come viverli. Il tempo scorre ma non può scegliere per noi: la nostra passività è in grado di determinare il corso degli eventi. 

    La domanda, dunque, sorge spontanea: è meglio seguire il proverbio dando tempo al tempo, o sfidarlo e diventare, come afferma Nietzsche, artefici del proprio destino?

    Il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo, è il regalo più grande che possiamo donare. È dunque fondamentale utilizzarlo al meglio. 

    Non abbiamo poco tempo, la verità è che ne sprechiamo molto, diceva Seneca. Se da un lato tale affermazione sembrerebbe condurci verso il Carpe Diem, perché effettivamente ogni istante non vissuto è perso per sempre, dall’altro ci spinge a rispettare il tempo: la consapevolezza che certi eventi non possono essere controllati, ci permette di concentrarci su ciò che conta davvero, evitando di sprecarlo inseguendo l’impossibile.

    Diamo tempo al tempo accettando ciò che non dipende da noi, ma diamo al tempo la possibilità di regalarci sé stesso, prendendo in mano ciò che sotto il nostro controllo. 

  • L’ombra eterna di Platone

    Tutti siamo importanti ma nessuno è indispensabile, afferma un vecchio detto. 

    Spesso ci sentiamo fondamentali, addirittura insostituibili, come se niente e nessuno potesse prendere il nostro posto o portare a termine un compito che ci è stato assegnato. Ma poi accade qualcosa che ci impedisce di agire, e qui arriva la grande scoperta: il lavoro, le persone, il mondo intero, sono andati avanti anche senza di noi. 

    Se da un lato tale rivelazione potrebbe lasciare una punta di amarezza, dall’altro sottintende una grande speranza: ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza… per ogni fine c’è un nuovo inizio, come ci insegna Il Piccolo Principe. 

    Tuttavia, forse esistono delle eccezioni: alcuni uomini hanno influenzato talmente tanto il pensiero dell’essere umano, filosofico e non, da considerarli quasi indispensabili. 

    Uno di questi è senza dubbio Platone: se non fosse mai esistito, il pensiero occidentale avrebbe preso una direzione completamente diversa?

    Platone visse nei lontani V-IV secolo a.C. e fondò una delle prime scuole filosofiche, quella di Atene, nella quale trasmise le sue idee sull’etica, sulla politica, sulla metafisica. Fu allievo di Socrate, il che potrebbe far pensare che sia lui la figura da ritenere indispensabile. Se da un lato è certamente vero, dall’altro è doveroso sottolineare che se Platone non ne avesse immortalato il pensiero nelle sue opere, l’eredità del suo maestro sarebbe giunta a noi in modo frammentario. Senza di lui, non avremmo mai potuto dare a Socrate l’importanza che merita. 

    Platone è l’uomo delle idee perfette, della distinzione tra mondo sensibile e iperuranio. Tale concetto ha influenzato profondamente la filosofia occidentale, dando origine a riflessioni sulla natura della realtà e sulla conoscenza. Cartesio, pur essendo vissuto parecchi secoli dopo, è a lui che si rifà quando parla di res cogitans (mente) e res extensa (materia). La stessa idea platonica trova nuovo sviluppo pure in Kant, con il suo dualismo fenomeno-noumeno. Platone ricercava il Bene come principio universale, Kant sosteneva che le nostre azioni devono essere guidate da principi morali universali. 

    Pur non essendo un pensatore religioso in senso stretto, Platone ha avuto un forte impatto su molte concezioni teologiche anche diverse tra loro: dal cristianesimo, al mondo islamico, alla filosofia ebraica medievale. Sant’Agostino, grande filosofo cristiano ancora oggi citato nei documenti ufficiali della Chiesa insieme a Tommaso d’Aquino, riprende da Platone la distinzione tra mondo materiale e mondo spirituale, e l’idea di un mondo sensibile che è solo il riflesso imperfetto di una realtà superiore.

    Anche la concezione cristiana del Paradiso, e la relativa salvezza dell’anima, trovano origine nell’idea platonica dell’immortalità della stessa, la quale, dopo la morte fisica, lascia il mondo sensibile per raggiungere la verità assoluta. In chiave religiosa, la via platonica dell’anima viene reinterpretata come il suo percorso verso Dio. 

    Se per Platone l’anima può essere tripartita in razionaleirascibile e concupiscente, Freud riprende il concetto nel suo modello di Es, Io Super Io, dimostrando che Platone ha gettato le basi anche per la psicologia moderna. 

    Platone, inoltre, si dedicò alla politica, allo scopo di rivendicare l’ingiusta condanna a morte di Socrate, per mano della democrazia ateniese. Voleva una società guidata da filosofi, protetta da guerrieri e sostenuta dai produttori. La sua visione prevedeva la possibilità di governare solo per chi aveva studiato, solo per chi non conosceva l’ignoranza.

    Tale principio ha contribuito allo sviluppo del concetto di meritocrazia: si può governare solo se si possiedono competenza e saggezza, non per eredità familiare o elezioni popolari. Per raggiungere un livello di istruzione così elevato, grande rilievo viene dato alla matematica. Platone, infatti, offre le basi concettuali per le teorie sviluppate da Galileo e Keplero. I due scienziati, pur avendo elaborato concezioni molto diverse tra loro, partirono dal presupposto platonico che vede l’universo governato da leggi matematiche. 

    Pur proponendo uno Stato idealizzato e, per certi versi, fin troppo utopistico, l’idea di Platone ha influenzato profondamente alcune teorie politiche moderne. Da Aristotele a Rousseau, da Tommaso d’Aquino a Marx, tutti hanno ripreso alcuni dei suoi concetti-chiave, per poi muoversi in direzioni talvolta simili, talvolta opposte. 

    Senza Platone, dunque, il nostro modo di vedere la moralità, l’etica, la conoscenza, sarebbe davvero lo stesso? 

    Forse alcuni concetti platonici si sarebbero palesati ugualmente; forse la mancanza dell’idealismo platonico avrebbe reso la visione della realtà meno astratta e più pragmatica sin da subito; forse il pensiero occidentale avrebbe seguito un percorso del tutto inaspettato. 

    Una cosa è certa: le idee di Platone hanno avuto un impatto così profondo da rendere la sua presenza inevitabile, anche nelle idee che sembrano opporsi alle sue. Lo stesso Aristotele, uno dei pilastri della filosofia, pur essendosi allontanato molto dalle idee platoniche, ha sentito la necessità di criticarle e di proporre una visione alternativa, attribuendo al suo maestro un ruolo cruciale. 

    Platone non è solo un personaggio del passato, è ancora oggi parte attiva della nostra visione del mondo. 

  • Il Pescatore tra Kant e Sartre: l’etica nell’opera di De André

    All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore, e aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.

    È l’incipit, nonché l’epilogo, di una delle ballate più famose della storia della musica italiana, composta e cantata da Fabrizio De André. 

    Un pescatore si stava godendo la serenità del tramonto, quando all’improvviso un uomo ruppe quella tranquillità: aveva fretta, aveva paura, portava il peso di un grande errore, quello di aver ucciso qualcuno. L’uomo fermò per qualche istante la sua fuga e, senza nascondere la sua colpa, chiese aiuto al pescatore: ha poco tempo e troppa fame. 

    La confessione cancella ogni ambiguità: la trasparenza dell’assassino lascia al pescatore la possibilità di scegliere se offrire o meno il suo aiuto, senza pretese. Forse quell’uomo voleva mettere alla prova la generosità del pescatore, forse non si sentiva degno di ricevere quanto richiesto, o forse aveva solo bisogno che qualcuno gli dimostrasse che poteva essere visto come qualcosa di più della sua colpa, che il perdono, la redenzione, erano alternative ancora possibili.

    Il pescatore non si guardò neppure intorno: senza esitazione gli offrì pane e vino e, mentendo ai gendarmi, lo aiutò a scappare. 

    De André non offre risposte definitive, ma si limita a raccontare il gesto del pescatore senza esprimere giudizi. Ed è proprio in questa neutralità che si nasconde una provocazione filosofica: l’ascoltatore è chiamato a riflettere su un profondo interrogativo morale. 

    Ecco, dunque, il grande dilemma: il gesto del pescatore può essere considerato giusto? 

    La moralità non è la dottrina su come ci rendiamo felici. È la dottrina su come ci rendiamo degni di essere felici. Con questa affermazione, Kant sottolinea l’importanza di seguire dei principi morali che devono essere universali e immutabili, anche quando comportano dei sacrifici personali.  Dire la verità, secondo il suo imperativo categorico, è un principio fondamentale inviolabile, e rimarrebbe tale anche nell’eventualità in cui un assassino ci intimasse di svelare il nascondiglio di un nostro amico che ci ha chiesto aiuto, nascondendosi in casa nostra.  Se tutti mentissero per proteggere qualcuno, la fiducia sociale crollerebbe. Pertanto, nonostante nella visione kantiana aiutare un assassino potrebbe essere interpretato come una forma di rispetto nei confronti della dignità umana, mentire si pone in contraddizione con l’etica del dovere, con il fatto che ogni azione deve essere universalizzabile. Il pescatore, quindi, non può essere giustificato.

    L’uomo è condannato ad essere libero; perché una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa. Diametralmente opposto a quello Kantiano, il pensiero di Sartre celebra la libertà individuale e delle scelte personali.  Non esistono principi morali validi in ogni situazione, l’uomo deve avere la capacità di scegliere ciò che ritiene giusto, in base al contesto in cui si trova. La libertà è la condizione fondamentale dell’esistenza umana, che il pescatore mette in pratica scegliendo di non conformarsi alle norme morali imposte dalla società; segue i propri valori, dimostrando compassione e solidarietà. Per Sartre l’importanza dell’autenticità supera quella dei principi universali: il pescatore mente ai gendarmi per tutelare l’umanità dell’assassino, non per interesse personale. La menzogna, con tutto il peso che in questo caso essa comporta, diventa quindi una scelta etica. 

    La contrapposizione tra Kant e Sartre sottolinea il conflitto tra l’etica universale e l’etica situazionale. Kant condanna il pescatore perché viola uno dei principi fondamentali; Sartre lo difende perché sebbene non rispetti le regole morali tradizionali, dà valore alla compassione. 

    Forse il pescatore non ha seguito le leggi della società, ma ha scelto di seguire quelle dell’umanità. È in quel solco lungo il viso, che ricorda un sorriso, che si nasconde il vero significato della libertà. 

  • Tra Superuomo e Maschere: nuovi valori o frammentazione dell’identità?

    Nel mondo contemporaneo, tutto quello che un tempo era certezza come la religione, la morale, l’identità, si sta sgretolando.

    Per secoli, infatti, l’uomo ha creduto in un ordine superiore, sia esso naturale, divino o razionale: Platone parlava di idee perfette; il cristianesimo poneva in Dio l’ordine della realtà… Eppure, questa convinzione sembra essere solo un’illusione creata dall’uomo, per sfuggire al fatto che, forse, il mondo è caos.

    Non esistono fatti, solo interpretazioni, affermava Nietzsche, il quale vedeva la realtà non come punto oggettivo, ma come l’insieme di punti soggettivi. L’uomo non ha certezze perché non esiste una verità assoluta: ogni individuo la costruisce partendo dal proprio punto di vista. 

    Se per il filosofo la verità dipende dalle prospettive individuali, Pirandello porta all’estremo tale concetto, mostrando che anche l’identità dell’uomo è frammentaria e indefinibile: ogni individuo, infatti, viene percepito in modo diverso da chi lo circonda, perdendo dunque la sua essenza unitaria.

    C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno. Pirandello mostra l’uomo intrappolato nelle maschere imposte dagli altri, incapace di definirsi al di fuori di esse. 

    Di fronte a cotanta incertezza, è necessario scegliere se perseguire la via della lotta o quella della rassegnazione.

    Sicuramente più propositiva la soluzione proposta da Nietzsche, che fornisce una risposta attiva alla crisi contemporanea: l’uomo non può arrendersi all’incertezza, ma deve cercare nuovi significati. La strada da seguire è quella del superuomo, colui che accetta senza illusioni e rimpianti la propria vita in tutte le sue manifestazioni. Non bisogna fuggire da ciò che accade, ma trasformare la realtà. Questo è possibile grazie al concetto della volontà di potenza, ovvero la capacità di reinventare la propria vita anziché subirla. 

    Ma come si può essere artefici della propria interpretazione del mondo, se la vita è tutta un inganno?

    Se per Nietzsche il prospettivismo consente tale libertà, per Pirandello appare limitante: l’uomo non potrà mai raggiungere la verità, poiché non solo è inafferrabile, ma anche contraddittoria. Con il suo tono teatrale e dialogico, l’autore mette in scena il dramma dell’esistenza, e lo fa ponendo i suoi personaggi di fronte a situazioni assurde, evidenziando così la crisi dell’individuo. La distinzione tra reale e immaginario si dissolve: l’uomo, come l’attore, è costretto ad interpretare diversi ruoli senza mai riuscire a trovare la verità.

    Nietzsche invita l’uomo a reinventare la propria verità, Pirandello lo costringe a riconoscerne l’inconsistenza: ogni tentativo di afferrarla la fa dissolvere. Seppur in modi e per scopi diversi, entrambi i pensatori danno all’arte un ruolo cruciale: da una parte è atto di creazione e affermazione, dall’altro rivelazione.

    Dunque, quale via deve perseguire l’uomo? Dipende dalla visione che abbiamo del mondo, da come reagiamo davanti all’incertezza, da quanto tentiamo di identificarci nei modelli precostituiti per sentirci accettati dalla società.  

    L’esistenza non offre risposte definitive: tutto sta nel capire se si preferisce essere artefice del proprio destino o rassegnarsi a vedersi riflesso negli occhi degli altri.  

  • L’uomo può vivere senza sogni?

    Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva uno dei filosofi più importanti della storia della filosofia, Socrate. 

    Sebbene si riferisse principalmente alla ricerca della conoscenza e della verità, non si può negare che anche i sogni rappresentano una forma di ricerca, in quanto ci spingono ad esplorare nuove possibilità, crescendo e migliorando noi stessi. 

    Gli obiettivi rappresentano una forza motrice fondamentale, poiché danno direzione, significato, speranza al nostro percorso quotidiano. Appaiono quindi indispensabili per il benessere psicologico e personale dell’individuo, fungono da guida nel nostro percorso di vita. 

    Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare, affermava Seneca. Senza una direzione chiara, infatti, l’uomo può sentirsi perso, disorientato, incapace di trovare una ragione per affrontare le sfide quotidiane. Bisogna conoscere il porto in cui si vuole andare, per poter sfruttare il vento favorevole dell’opportunità. 

    Vivere senza sogni, però, non ci permetterebbe di concentrarci meglio sul presente, evitando delusioni e pressioni inutili? In fondo, diceva Epittetola felicità non consiste nel desiderare ciò che non si ha, ma nell’apprezzare quel che si ha. È fondamentale accettare il nostro presente: i sogni ci porterebbero a vivere nel non ancora, trascurando il valore di ciò che è già nella vita di ognuno. Rinunciare ai sogni non significa rinunciare alla felicità, ma al contrario, liberarsi delle aspettative e delle ansie che possono generare. 

    Tuttavia, è innegabile che la natura umana aspiri sempre a qualcosa di più; la storia e la filosofia ci mostrano che il desiderio di migliorarsi, di immaginare un futuro migliore sono tratti distintivi dell’essere umano che sì, può vivere senza sogni, ma rischierebbe di rendere l’esistenza statica e monotona. La mancanza di uno scopo porterà inevitabilmente a sentimenti come l’apatia, la noia, l’insoddisfazione. 

    Rinunciare ai sogni vorrebbe dire rinunciare anche al progresso, perché le grandi invenzioni sono nate dal desiderio di realizzare ciò che non esisteva ancora. 

    Non necessariamente i sogni distolgono dal presente, possono anzi renderlo più significativo, perché il cammino verso la propria aspirazione aggiunge valore alle azioni quotidiane. 

    Rinunciare a sognare equivarrebbe a privarsi di ciò che ci rende umani: la capacità di immaginare un futuro migliore e di lavorare per realizzarlo. Se insegui la luna e non riesci a raggiungerla, finirai comunque tra le stelle, sosteneva Kant. D’altronde si sa: non è la destinazione, ma il viaggio che conta.