Categoria: Letteratura

Argomenti che rientrano in tale disciplina.

  • L’uomo e il bivio: destino o scelta?

    Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. 

    È così che Dante dà il via alla sua Commedia.

    A un certo punto della sua vita, accade l’inaspettato. Si ritrova di fronte a un bivio. Deve scegliere: indietreggiare, rassegnandosi a rimanere nel peccato, oppure avanzare verso ciò che si rivelerà essere la più grande avventura della storia dell’uomo. 

    In quel momento, Dante non è solo. Noi siamo con lui. 

    Tutti, presto o tardi, ci ritroveremo davanti alla stessa incertezza: restare, aspettando che il fato faccia il suo corso. Oppure avanzare, verso ciò che non conosciamo. 

    Ammettiamolo, è capitato a tutti, almeno una volta, di lasciare l’arduo compito della scelta a qualcosa che pensiamo possa saperne più di noi: il lancio della moneta. D’altronde, il destino è ineluttabile, guidato da una razionalità superiore che ci porterà nella direzione prestabilita, a prescindere dalle azioni che compiremo. Non ci resta quindi che accettare serenamente il responso ottenuto: in fondo, poco importa se il risultato sia testa o croce. Se fossimo davvero destinati ad averlo, otterremmo comunque ciò che vorremmo.

    Una visione fatalista, come quella di Virgilio per il suo Enea. Come quella di Seneca nel suo De Providentia. Non si può cambiare l’inevitabile, ma lo si può accogliere. 

    Verrebbe da chiedersi se il destino sia davvero solo ed esclusivamente la predeterminazione dell’accadere, o il risultato delle scelte che facciamo ogni giorno. 

    Siamo davvero convinti che l’azione umana abbia un peso irrilevante rispetto al corso degli eventi, o stiamo semplicemente utilizzando il fatalismo come alibi, per sottrarci in modo strategico alla responsabilità del nostro futuro?

    Se il destino fosse davvero immutabile, allora nessuna decisione avrebbe valore. Forse, ciò che ci blocca non è il fato, ma la paura di fallire. 

    Se provassimo ad ottenere ciò che vorremmo e fallissimo, saremmo costretti ad affrontare la delusione. Se invece evitassimo di agire, potremmo sempre rifugiarci nel non era destino, proteggendoci dalla frustrazione dell’insuccesso. 

    Il fatalismo, in questo caso, non è una reale convinzione, ma una maschera per giustificare l’inazione. Chi è davvero fatalista crede di non aver alcun controllo. Chi evita per timore, è consapevole di avere margine d’azione, ma sceglie di non utilizzarlo. 

    Se tutto fosse già scritto, avrebbe senso continuare a desiderare? A sperare? A lottare? La possibilità di cambiare le cose c’è. Tutto sta nell’avere il coraggio di provarci. 

    Lanciamo in aria la moneta, se proprio vogliamo, ma non per evitare la scelta. Durante quegli istanti in cui la vedremo librarsi in volo, ci accorgeremo che in realtà abbiamo già scelto. Stiamo solo sperando che il fato ci dia ragione. 

    Homo faber fortunae suae, diceva Appio Claudio Cieco. Forse non potrà sempre scegliere tutto ciò che gli accade, ma ha la possibilità di cambiare, o quanto meno di tentare di modificare, il proprio cammino. 

    Persino Seneca, nella sua visione fatalista, sosteneva che alcuni eventi sono inevitabili, ma che è compito dell’uomo prepararsi al meglio per poterli affrontare, senza mai rassegnarsi.

    La fortuna, e qui cito il grande stoico, non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. 

  • La donna nella Letteratura del Trecento

    Quando si parla di Letteratura Italiana, a prescindere dal gusto e dalla predisposizione personale, non si può non fare riferimento ai tre grandi pilastri che, a distanza di secoli, continuano a segnare la nostra cultura, le giornate degli studenti e, in un modo o nell’altro, la vita di ognuno di noi.

    Dante. Petrarca. Boccaccio. Tre grandi uomini, tre meravigliosi stili, tre diverse prospettive sull’uomo: prima vincolato a un ordine prestabilito, poi posto al centro dell’universo, infine immerso in una realtà mutevole e dinamica.

    Eppure, in mezzo a cotanta diversità si nasconde qualcosa, o forse qualcuno, che li accomuna. Tutti e tre, infatti, pongono al centro delle loro opere la stessa figura: la donna.

    D’altronde, va da sé: si può pensare a Dante senza ricordare Beatrice? O a Petrarca senza evocare Laura? O, ancora, a Boccaccio senza rifarsi alle donne intraprendenti e astute del Decameron?

    Il soggetto è lo stesso, il significato è diverso a seconda dell’autore a cui si fa riferimento.

    Dante la idealizza come guida spirituale: Beatrice è la donna- angelo, è purezza, è salvezza. L’amore dice addio alla concretezza terrena e diventa mezzo di elevazione spirituale.

    Petrarca ne fa il simbolo del suo tormento interiore: Laura è reale e concreta, ma comunque idealizzata e irraggiungibile. Il poeta è sopraffatto da questo amore peccaminoso, costantemente in conflitto tra desiderio e spiritualità.

    Boccaccio ne esalta ingegno e vitalità: distaccandosi dalla visione idealizzata e spirituale dei suoi predecessori, ne mostra la capacità di autodeterminazione. É decisamente più moderna la sua rappresentazione della donna, così come la concezione dell’amore che diviene finalmente romantico, sensuale, strategico. Tale prospettiva avrà vita breve: l’autore cambierà idea dopo aver conosciuto Petrarca, che in un attimo lo riporterà a una visione più tradizionale della donna.

    Certo, i modi, gli stili, i contesti sono profondamente diversi, ma non si può negare che i sopracitati poeti dedichino ampio spazio alla figura femminile.

    Se da una parte tale consapevolezza può essere valutata positivamente, dall’altra si fa spazio un grande interrogativo: la donna può essere definita autonoma? È il soggetto o l’oggetto della narrazione?

    Beatrice è una presenza fondamentale nella Commedia: funge da tramite divino, intercede per lo stesso Dante, lo illumina con la sua conoscenza. Non dimentichiamoci che il suo compito è quello di sostituire Virgilio. Beatrice, quindi, va sottolineato, è ritenuta degna di poter prendere il posto di un personaggio maschile di grande spessore. Tuttavia, non prende decisioni indipendenti; pur essendo guida attiva nel Paradiso, il suo ruolo rimane funzionale alla crescita di Dante e non alla sua evoluzione personale.

    Laura esiste solo attraverso le parole e lo sguardo del poeta, che la idealizza rendendola irraggiungibile. L’amore nei suoi confronti è un monologo, un conflitto vissuto esclusivamente da Petrarca. Laura rimane silenziosa, totalmente priva di voce e di personalità.

    Le protagoniste delle novelle di Boccaccio acquisiscono maggiore libertà narrativa, ma la loro autonomia è fin troppo spesso legata a giochi di inganni e seduzioni, strumenti necessari per ottenere potere in un contesto che le limita.  

    Ovviamente, è innegabile che esista un percorso evolutivo della figura femminile, una progressiva emancipazione nella Letteratura e nella società. Tuttavia, ciò non basta: la donna rimane ben ancorata agli stereotipi medievali, che ne vincolano l’esistenza allo sguardo maschile. Beatrice, Laura e le donne astute del Decameron devono fare i conti con una triste realtà: mentre i loro innamorati continuano a rappresentare un punto di riferimento come soggetti a sé stanti, loro non possono esistere come figure libere e indipendenti dagli uomini che le hanno narrate.

    Oggi, il ruolo della donna nella Letteratura è finalmente riconosciuto nella sua complessità, ma la reale e completa autonomia è ancora lontana. Sicuramente più indipendente rispetto al passato, la donna rimane però, ancora oggi, vittima di una libertà apparente, che a parole la vede capace di decidere per sé stessa, ma all’atto pratico la rende vittima del pregiudizio della società, della possessività dell’uomo e, talvolta, della poca solidarietà femminile.

    La donna, gli uomini prendano nota, non ha bisogno di essere raccontata, è in grado di essere voce narrante della sua storia.

    Una donna, come diceva la Woolf, deve scrivere di sé stessa, deve vedere sé stessa, deve dipingere sé stessa, deve parlare per sé stessa.

    Solo così può raggiungere la libertà. Solo così può trovare il suo spazio nel mondo, senza vincoli e condizionamenti. Solo così può finalmente definirsi soggetto e non più oggetto legato a qualcuno o a qualcosa che, in verità, non la rappresenta.

  • Tra Superuomo e Maschere: nuovi valori o frammentazione dell’identità?

    Nel mondo contemporaneo, tutto quello che un tempo era certezza come la religione, la morale, l’identità, si sta sgretolando.

    Per secoli, infatti, l’uomo ha creduto in un ordine superiore, sia esso naturale, divino o razionale: Platone parlava di idee perfette; il cristianesimo poneva in Dio l’ordine della realtà… Eppure, questa convinzione sembra essere solo un’illusione creata dall’uomo, per sfuggire al fatto che, forse, il mondo è caos.

    Non esistono fatti, solo interpretazioni, affermava Nietzsche, il quale vedeva la realtà non come punto oggettivo, ma come l’insieme di punti soggettivi. L’uomo non ha certezze perché non esiste una verità assoluta: ogni individuo la costruisce partendo dal proprio punto di vista. 

    Se per il filosofo la verità dipende dalle prospettive individuali, Pirandello porta all’estremo tale concetto, mostrando che anche l’identità dell’uomo è frammentaria e indefinibile: ogni individuo, infatti, viene percepito in modo diverso da chi lo circonda, perdendo dunque la sua essenza unitaria.

    C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno. Pirandello mostra l’uomo intrappolato nelle maschere imposte dagli altri, incapace di definirsi al di fuori di esse. 

    Di fronte a cotanta incertezza, è necessario scegliere se perseguire la via della lotta o quella della rassegnazione.

    Sicuramente più propositiva la soluzione proposta da Nietzsche, che fornisce una risposta attiva alla crisi contemporanea: l’uomo non può arrendersi all’incertezza, ma deve cercare nuovi significati. La strada da seguire è quella del superuomo, colui che accetta senza illusioni e rimpianti la propria vita in tutte le sue manifestazioni. Non bisogna fuggire da ciò che accade, ma trasformare la realtà. Questo è possibile grazie al concetto della volontà di potenza, ovvero la capacità di reinventare la propria vita anziché subirla. 

    Ma come si può essere artefici della propria interpretazione del mondo, se la vita è tutta un inganno?

    Se per Nietzsche il prospettivismo consente tale libertà, per Pirandello appare limitante: l’uomo non potrà mai raggiungere la verità, poiché non solo è inafferrabile, ma anche contraddittoria. Con il suo tono teatrale e dialogico, l’autore mette in scena il dramma dell’esistenza, e lo fa ponendo i suoi personaggi di fronte a situazioni assurde, evidenziando così la crisi dell’individuo. La distinzione tra reale e immaginario si dissolve: l’uomo, come l’attore, è costretto ad interpretare diversi ruoli senza mai riuscire a trovare la verità.

    Nietzsche invita l’uomo a reinventare la propria verità, Pirandello lo costringe a riconoscerne l’inconsistenza: ogni tentativo di afferrarla la fa dissolvere. Seppur in modi e per scopi diversi, entrambi i pensatori danno all’arte un ruolo cruciale: da una parte è atto di creazione e affermazione, dall’altro rivelazione.

    Dunque, quale via deve perseguire l’uomo? Dipende dalla visione che abbiamo del mondo, da come reagiamo davanti all’incertezza, da quanto tentiamo di identificarci nei modelli precostituiti per sentirci accettati dalla società.  

    L’esistenza non offre risposte definitive: tutto sta nel capire se si preferisce essere artefice del proprio destino o rassegnarsi a vedersi riflesso negli occhi degli altri.